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L'articolo di Cermilla tra l'altro è piuttosto meta- , nel senso che analizza il punto di vista di chi vorrebbe vedere in una sottocultura etnicizzata un soggetto politico potenzialmente rivoluzionario, riuscendo così a sovrapporre ben due lenti colorate alla sua visione del mondo, e capendoci di conseguenza.
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è questo che trovo interessante.
Da una parte abbiamo la narrazione mediatica che assegna ai "maranza" l'etichetta della delinquenza di basso livello, dall'altra abbiamo una parte di movimento che assegna loro speranze rivoluzionarie "automaticamente" in quanto soggetti marginalizzati, senza bisogno di percorsi politici o di coscienza particolari.
In mezzo ci stanno i ragazzi (e le ragazze, ancora più marginalizzate - e i/le maranza queer esistono? boh, ma non servono) con cui bisognerebbe costruire punti di contatto che non si basano su proiezioni o aspettative esterne.
Premetto (post-metto) comunque che non ho letto i libri sulla loro portata rivoluzionaria quindi vado un po' a letture sparse e "sentito dire" e dovrei sicuramente approfondire. Ma per lavoro ne vedo di ragazzi così.
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comuque mi sembra che alla fine la "vera rivoluzione" vada sempre riportata aun immaginario maschile; questo in generale.
tempo fa qui c'era un post sulla rivoluzione in iran finta, da vetrina per l'occidente, perché ci sono le donne che "mostrano le cosce" mentre la vera rivoluzione iraniana è dei lavoratori (uomini).
vabbè questo era un commento sporadico, non è che faccia testo di per sé, ma mi richiama un immaginario che considero abbastanza comune e trasversale
50 anni fa alle femministe si diceva "prima liberiamo l'operaio, poi si può pensare alla donna"... mi sa che in alcuni ambienti non si sono allontanati molto da questa visione
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Che poi nel caso specifico è pure scollegato dal discorso del lavoro, è una identificazione sotto-culturale, che nell'immaginario è spesso fatta di disoccupazione, lavoro in nero, gig economy ecc., ma sono tutti livelli che non influiscono nell'identificazione o nell'ipotetica attivazione del soggetto, è tutto schiacciato sull'immaginario etnico, che in realtà rende impossibile intersecarlo con una realtà lavorativa più complessa.
Uno dei problemi è che, togliendo il piano lavorativo, viene anche a mancare un piano fondamentale di organizzazione e azione collettiva del filone teorico a cui gli stessi osservatori afferiscono, e questo gli rende anche difficile immaginare la componente di genere come soggettività rivoluzionaria.
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ottima osservazione. questo secondo me è in linea con lo spostamento della mentaltà che si è visto negli ultimi anni, dove al centro di tutto sta l'identità, in particolar modo l'identità data dalla nascita.
ovvero l'essere soggetti rivoluzionari non in quanto appartenenti alla classe lavoratrice ma in quanto ner*, queer, donne, razzializzati ecc.
è un nuovo immaginari o un nuovo sistema di pensiero ormai consolidato che, secondo me, ha portato un po' a travisare il concetto di intersezionalità. invece di essere usata come una lente necessaria ad arricchire, rendere più nitido lo sguardo e la comprensione delle dinamiche sociali, diventa il fine stesso della riflessione politica e si esaurisce nelle identità che, essendo "date" per nascita, non necessitano di organizzazione o azione
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Belle riflessioni, diciamo che l'articolo parte da un'ipotesi giusta, cioè la celebrazione dall'esterno è una cazzata da salotto tanto quanto la condanna dei "maranza" da parte della società bene.
Ma oltre ai toni dell'articolo, che parlano a un solo genere, c'è la chiosa finale che non capisco, lx ragazzx dovrebbero riscoprire la partecipazione tramite l'appartenenza a degli organi conservatori come quelli religiosi?
In più questo va in antitesi con
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le premesse iniziali, non sono gli anni '60 e '70, il termine stereotipato e razzista, ma loro dovrebbero ritrovarsi nella comunità religiosa solo sulla base della loro provenienza e perché l'islam ha avuto un ruolo nei movimenti neri dei 60/70.
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Quello di tornare alla comunità religiosa certamente non può essere una teoria generale e, se anche può esserci una convergenza pratica nelle vertenze di alcune specifiche lotte di alcune componenti religiose, ciò non può diventare assolutamente una indicazione diretta.
Oltre a indicare una certa difficoltà di alcune aree di movimento a comunicare con le sottoculture contemporanee, che sperano di recuperare per vie traverse.
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Io gli zarri li ho sempre chiamati zarri, oggi moltx hanno in più le origini straniere che gli puntano addosso un'ulteriore lente razzista, ma non ci vedo molta differenza rispetto a quellx con cui sono cresciuto, forse c'erano solo meno monopattini.
Tuttavia nessuno avrebbe detto ai miei coetanei zarri di ritrovare la misura della comunità nell'oratorio e nella chiesa.
Nel brodo in cui crescono i ragazzi maschi c'è il dover dimostrare e primeggiare
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Le risse, fare gli spacconi alle giostre, contendersi le ragazze ecc. al giovane è dato essere il ribelle che fa preoccupare la mamma, alla giovane è tolta la libertà affinché la mamma non si preoccupi.
Questa premessa se la portano dietro quasi tutte le sottoculture, il fatto che le ragazze anche qui siano in secondo piano lo vedo in continuità.
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ci sono diverse persone a sinistra convinte che l'islam sia un'arma valida contro il capitalismo (non per sé, per l* altr*), le stesse persone disprezzano cristianesimo e ebraismo.
Ci leggo un'eco di orientalismo contemporaneo e mitizzazione.
Sicuramente lo dico da occidentale, il laicismo per me resta fondamentale; poi, nessuno discute sulla libertà personale o comunitaria di culto, ma sovrapporre una religione organizzata a uno scopo politico per me è follia.
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